Campionato di Giornalismo il Giorno

Storie di minatori e non solo

 GLI ITALIANI in passato sono emigrati ovunque per trovare lavoro. Anche persone vicine a noi: il nonno di Elisa, saldatore di gasdotti e oleodotti, era tra questi, i viaggi che faceva in tutto il mondo non erano semplici poiché noi italiani non eravamo ben visti, spesso per poter entrare in un Paese, anche se si aveva già in mano un contratto di lavoro, i problemi burocratici erano molti e talvolta si era costretti a periodi di quarantena. INVECE nel 1905 i trisnonni di Alice si sono trasferiti in America, nel New Jersey, e nel 1910 è nata la prima figlia, Mary, poi tornata in Italia. Per capirne di più ci siamo recati al «Museo del Migrante», realizzato nel vicino paese di Nembro dal signor Rota di 89 anni e dalla moglie: sfruttando una cavità naturale è stata riprodotta una miniera e lì sono esposti gli attrezzi dei minatori, documenti e fotografie d'epoca. La famiglia Rota ha infatti fortemente voluto questo museo per mantenere viva la memoria della propria storia e di una tremenda catastrofe. Il signor Lino aveva 18 anni quando nel 1948 partì per il Belgio dove rimase per 24 anni. Come molti italiani si era trasferito lì per poter lavorare nelle miniere di carbone. Così si trovava proprio vicino alla miniera di Marcinelle l'8 agosto 1956 ed è un sopravvissuto ad uno dei disastri più grandi delle storia, ha visto morire ben 282 minatori a causa di un incendio sviluppatosi all'interno della miniera e tra questi ben 136 italiani, morti per le ustioni e le esalazioni di fumo e gas tossici. Tante le emozioni provate ascoltando il suo racconto: abbiamo rivisto la fatica del viaggio e poi il senso di morte nei suoi occhi. La sua voce tremava ricordando i cadaveri che aveva visto carbonizzati quel giorno e durante le operazioni di recupero, e come davanti a lui si fosse presentata la scena di un fiume di uomini senza vita che galleggiavano sull'acqua nel fondo della miniera. Le condizioni di lavoro erano tremende, ore e ore nelle vene di carbone lunghe circa 280 metri, ogni giorno. Grazie al signor Lino e ai tanti migranti di ieri e di oggi ci siamo convinti che nessuno dovrebbe morire per il lavoro perché esso è un diritto, come dice la nostra Costituzione, ma ancora sono molti coloro che per vivere devono adattarsi a qualsiasi condizione o lasciare il proprio Paese.

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