Campionato di Giornalismo il Giorno

Terra di leggende e tradizioni

 MENTRE i loro nipoti vivono una vita molto più agiata, ma anche più complessa, negli occhi degli anziani rivive ancora la Serle di un tempo, quando guerra e povertà costringevano molti uomini ad abbandonare il paese, lasciando a donne e bambini il compito di coltivare gli orti ed allevare gli animali. Altri trovavano lavoro nelle cave e, a fine giornata, andavano a ristorarsi nelle osterie. In casa l'acqua scarseggiava, tutti si lavavano utilizzando la stessa tinozza e i letti venivano riscaldati mediante un braciere, lo scaldaletto. I BIMBI giocavano per strada, a campana o con la corda, e tutti si spostavano a piedi o con carretti trainati da asini. La vita era di certo più povera e arretrata ma, a detta di molti, la gente era più felice. Per educare i bimbi, ci si affidava spesso a delle leggende tramandate oralmente, spesso di carattere religioso come quella di S.Lucia che alle bambine portava frutta e bambole di pezza, mentre ai bambini macchinine di legno fatte a mano. Quella delle «sanfe de càbra» racconta, invece, che un giorno un uomo aveva deciso di andare a caccia nonostante ricorresse la festività dei morti. Poi, sorpreso dal maltempo, cercò riparo in un fienile. Ad un tratto sentì bussare alla porta: era una bellissima donna tutta infreddolita. La fece entrare e vide che al posto dei piedi aveva degli zoccoli. L'uomo, avvertendo la presenza del diavolo, scappò verso la chiesa dove iniziò a pregare e giurò che dal quel momento, nel giorno dei morti, non sarebbe più andato a caccia. Per insegnare ai bimbi che è meglio non andare in giro da soli venne inventata la leggenda della «Càbra del Zambèl» che racconta di un certo Zambelli che aveva perso una capra sull'altopiano di Cariadeghe. Da allora si dice che la bestia viva in un luogo sconosciuto, esca solo di notte e, se vede dei bambini, piomba su di loro e dice: «So la càbra del Zambèl sènza òs e sènsa pèl.. go'n coregn tanto ghus, che tal case'n del canaruussss!». A quel punto per loro non c'è scampo. Sull'altopiano è ambientata anche la leggenda secondo la quale in certi momenti della giornata chi passa vicino ai «buss de la mandri» - i buchi della mandria- può ancora sentire l'urlo di dolore di un brigante che, a metà '800, venne ucciso sul posto dai compagni e tanti altri suggestivi racconti.

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