Campionato di Giornalismo il Giorno

L’immigrazione è accoglienza

 SI SENTE tanto parlare di immigrazione, ma cos’è veramente? A questo termine si associa un significato negativo, un problema, ma il disagio è nostro o loro? Gente in difficoltà, si sposta, nella speranza un giorno di tornare a casa, nell’attesa che i conflitti cessino, nella preghiera di un mondo migliore. Potrebbe essere questo il significato allegorico della storia di Sara, che il Signore salvò dalla distruzione di Sodoma insieme a suo marito Lot e poi trasformò in «una statua di sale» perché si volse a guardare la città in fiamme (Genesi 19,15-26). Il sale dissecca i corpi; la nostalgia e il rimpianto disseccano lo spirito. LA CAPACITÀ d’integrazione, d’accoglienza però, non è un dono di tutti, specialmente quando si devono mettere a disposizione non solo beni materiali, ma anche dedizione e amore per il prossimo. Meno drammatica è la realtà che riguarda i minori, i quali trovano riparo e sicurezza nelle scuole, che li aiutano ad inserirsi nella società. Aiuti, strutture, progetti, ma che cosa significa essere un immigrato, e vivere in un mondo tutto nuovo, dove tu sei il diverso? Cosa vuol dire «diverso»? È complicato, ma si può dire che la diversità è un oceano che divide tante piccole isole, dove abita gente con tradizioni e culture diverse confinate in un territorio. E se provassimo a creare un grande continente? Qui entra in gioco la scuola, che non ha paura delle «differenze»; ma di contro, le stesse, diventano la linfa per confronti aperti e costruttivi. Ma di quale scuola stiamo parlando? Esiste? Sì, la «casa della cultura» di Tribiano. Un piccolo Comune di 3422 anime che con caparbietà da tre anni è riuscito a costruire non una scuola, ma un luogo dove il calore che ci riscalda, non è quello di un comune impianto di riscaldamento, ma l’amore che si respira tra ragazzi di Paesi diversi. In questa casa, non ci sono immigrati, ma cittadini del mondo; con la voglia di apprendere si sono abbattute le barriere e costruito ponti. Non è stato vissuto come un obbligo prendersi cura di loro, ma come un dovere. Quando violiamo un obbligo incorriamo nella sanzione dell’autorità; quando violiamo un dovere l’unica sanzione è quella della coscienza, ovvero una sanzione puramente interiore; e la nostra interiorità, ci dice, che l’immigrato di per sé, non esiste, è un costrutto delle nostre paure.

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